Pillole di femminile – Storie piccole che raccontano un mondo grande #169

Valeria Benatti - Pillole di femminile
Gocce di veleno, la storia di una donna che dopo aver toccato il fondo con un amore violento trova il coraggio di rinascere.

Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.

Claudia, la protagonista del romanzo Gocce di veleno, di Valeria Benatti, pubblicato da Giunti Editore nel 2016, è una donna innamorata e intrappolata in una relazione caratterizzata da violenza e controllo.

Attraverso un linguaggio diretto, a tratti molto crudo, Benatti ci accompagna dentro la storia della relazione morbosa e sempre più oscura di Claudia con il suo Barbablù, Manfredi. La sua gelosia eccessiva la spaventa, soprattutto quando lui inizia a minacciarla con un coltello.

Ma è proprio quando tocca il fondo che, grazie alle amiche, si rivolge a un centro antiviolenza. Gli  incontri con la psicologa e una maggiore consapevolezza di sé la aiuteranno a riprendere in mano la sua vita.

Il libro, entrato tra i sei finalisti del Premio Bancarella nel 2017, è un vero e proprio percorso di coraggio e rinascita ed è un invito a un viaggio che ogni donna maltrattata dovrebbe affrontare per liberarsi e tornare a vivere.

L’autrice ha scelto di devolvere una parte dei proventi derivanti dalla vendita del libro al centro antiviolenza Cerchi d’Acqua.

«La sua sicurezza mi intriga, perché io al contrario non sono mai sicura di niente. L’idea che un uomo come lui scelga me fra tutte mi gratifica e mi fa sentire importante. Mi piace anche che sia tanto più vecchio di me, lo sento forte e saggio, certo sa cose che io non so, ha molto vissuto, e io amo imparare, sempre, e avere accanto qualcuno che ne sa più di me, che sia più grande di me, che possa insegnarmi qualcosa, svelarmi i segreti della vita. Manfredi è autorevole e non perde mai la calma, è pacato e freddo, e anche quando mi minaccia lo fa con voce bassa e tranquilla:
“Finirà che ti ammazzo. Se mi tradisci, io ti ammazzo.”

Succede, in genere, dopo rapporti sessuali in cui lui si sente particolarmente coinvolto. Odia essere troppo coinvolto. Si alza dal letto, ancora sudato, e va ad aprire il primo cassetto del comò. Lì tiene la sua collezione di coltelli. Torna verso di me con uno splendido coltello in mano, appoggia la punta della lama fredda sulla mia pancia e la percorre tutta, superficialmente, dai seni al pube, dicendomi piano: “Te la aprirò tutta così, la tua bella pancia, se mi tradirai”. Lo dice con tale dolcezza che sembra quasi una dichiarazione d’amore. In qualche modo penso che lo sia.

Io rimango immobile, muta. No, non ho paura. È lui che ne ha, e tanta: di lasciarsi andare, di perdere il controllo. Forse addirittura di amarmi. Ma io non ho nessuna intenzione di tradirlo: lo amo! Quindi sono sicura di non correre alcun pericolo, e che quella è solo un’anomala manifestazione d’affetto. Ci tiene a me vuole che io sia solo sua. Certo, si esprime in modo triviale, vuole impressionarmi, fare il macho. Preferisco vedere solo il lato positivo: lui mi vuole tutta per sé. E questo mi piace. Però dopo una serata con lui sono a pezzi e ho bisogno di qualche giorno per rimettermi insieme. Ritorno nella mia cuccia e mi metto sotto le coperte al buio.

Adoro la mia piccola casa. Mi sento al sicuro solo qui, in queste due stanze un soppalco pieni di libri e cd. È il mio spazio, quello che mi sono conquistata quando sono uscita di casa, una quindicina di anni fa. […]

Non voglio che ci venga. Sicuramente si guarderebbe in giro sospettoso, e comincerebbe a chiedermi chi c’è stato prima di lui, e non farebbe che immaginare uomini in ogni angolo. La sua gelosia è asfissiante e insensata, dal momento che continua a vedere altre donne. Perciò ho smesso di raccontargli di me, e di rispondere alle sue domande morbose. C’è qualcosa di malato e perverso nel voler scavare con tanta minuzia nel passato delle persone. […]

La sua voce stentorea è dura mi insegue. Corro nella notte attraverso un bosco. Sono senza scarpe, i vestiti laceri, ma non smetto di correre disperatamente. La voce è sempre più vicina, nonostante i miei sforzi mi raggiunge, è dentro di me, rimbomba da fare paura. Mi accascio, sfinita, mettendomi le mani sulle orecchie per cercare di non sentire, e invece sento i piedi di lui sulla schiena, fra le scapole, che mi spingono giù, nella terra, sempre più forte. Io non ho voce, solo lui ce l’ha e sogghigna dandomi l’ultimo colpo finale, affossandomi.

Mi sveglio sudata, con il cuore che martella, accendo la luce. Sono nella mia piccola casa, sono le tre del mattino, non c’è nessun bosco, nessuna voce minacciosa. Resto a guardare la parete di fronte, gli occhi sbarrati, troppa paura di addormentarmi e finire ancora dentro i miei incubi. Meglio stare sveglia, all’erta. Il Buddha intagliato nel legno comprato in Ladakh mi osserva pacifico, ma io la pace non so trovarla più.»

Serena Betti

Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Se questo articolo ti è piaciuto condividilo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *