La sua narrativa, spesso autobiografica, racconta la vita delle donne e la consuetudine dei rapporti familiari della buona borghesia.
Lalla Romano è stata una delle voci più raffinate e significative della letteratura italiana del ’900. La sua formazione artistica iniziò nel mondo della pittura, come allieva del celebre pittore Felice Casorati. La giovane comincia ad esporre in mostre d’arte, ma la sua storia da pittrice si interrompe a causa della guerra. La conoscenza e poi amicizia con Cesare Pavese la condussero verso un nuovo modo di esprimersi: la scrittura.
Da allora, la parola divenne per lei la forma più alta di rappresentazione del reale. Nei suoi libri ricercò, attraverso la memoria e la riflessione, verità profonde e universali. La sua poesia si distinse per l’uso essenziale del linguaggio, per il valore dato al silenzio e alle pause, che divennero spazi di significato e di emozione.
Nel 1969 ricevette il Premio Strega con Le parole tra noi leggere, romanzo che esplora con fine sensibilità il rapporto tra madre e figlio sullo sfondo della rivolta giovanile degli anni ‘60. Morì a Milano il 26 giugno 2001, lasciando un’eredità letteraria preziosa, fatta di sguardi, ricordi e parole sospese.
Il componimento L’Autunno scelto per la nostra rubrica è tra le sue liriche più delicate e riflette la sua poetica: la natura diventa specchio dell’animo umano, luogo in cui il tempo e la memoria si intrecciano. L’autunno, con i suoi toni dimessi e la sua luce malinconica, rappresentano, non solo una stagione, ma un momento interiore, un passaggio in cui si accetta il mutamento con serena consapevolezza. Nei versi si percepisce lo stesso equilibrio che caratterizzò la sua scrittura: un linguaggio limpido, essenziale, capace di trasformare le piccole cose quotidiane in simboli universali di vita e di poesia.
Per La poesia nel dì di domenica, Serena Betti, oggi legge per noi L’Autunno di Lalla Romano. Buon ascolto.
Debora Menichetti
Foto in alto: Lalla Romano (foto: fonte web)
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L’Autunno
Come una miniera inesplorata
giace il favoloso tesoro
del tempo;
e i pingui soli d’autunno
rigurgitano come forzieri
di gioie non possedute.
Le stagioni come la musica
propongono temi inesausti.
Sazi i giorni defunti
lasciano un’eredità intatta
che non possiamo dilapidare.

