Tra fisica quantistica e nuoto, una bambina trova il suo posto nel mondo, supera i pregiudizi e scopre una felicità inaspettata.
Dall’ottavo numero de L’Altro Femminile, donne oltre il consueto, scarica il PDF della rivista o sfogliala online. Pillole di femminile, la rubrica per riflettere su alcuni piccoli grandi temi legati alla vita di tutti i giorni.
L’ANFIBIA di Elena Marrassini
A scuola la chiamavano rana. Aveva gli occhi ipertiroidei di sua nonna Margherita, il busto massiccio di suo padre, figlio di Margherita, gambe e braccia asciutte e scattanti. Se almeno avesse preso un po’ di grazia dalla parte materna, ma niente. Si dice che la mamma è sempre una, sicura, mentre il padre chi lo sa. E invece nel suo caso era stato il contrario, lei era la copia sputata di suo padre. Se non fosse stato che sua madre per metterla al mondo manca poco ci rimaneva uccisa, non si sarebbe mai detto che lei fosse sua figlia.
Uccisa, diceva sempre sua madre: «Manca poco mi uccidi, per uscire dalla mia pancia a soli sette mesi, ranocchia, piccola e possente ranocchia.»
E alla fine ranocchia lo era diventata davvero, a forza di sentirselo dire. Una rana, anzi un girino, con quelle branchie che solo lei sentiva e vedeva. Ma c’erano, altrimenti il successo in vasca non si spiegava.
Un metro e cinquantacinque per cinquanta chili, campionessa provinciale, poi regionale, poi in corsa per le selezioni nazionali. Incredibile, infatti non ci credeva nessuno. Eppure.
Aveva sempre sognato di fare la ballerina di danza classica. Ma col suo fisico non era cosa concepibile, così le avevano detto, con molta poca delicatezza.
E lei allora aveva traslato se stessa e i suoi sogni nella fisica quantistica e nel nuoto, perché, secondo lei, le due discipline erano un tutt’uno.
Che poi, con un minimo sforzo e di immaginazione (a lei quella non mancava), il nuoto e la fisica quantistica somigliavano anche alla danza: immergersi ogni sera dalle nove alle undici e trenta nell’acqua tiepida l’avvolgeva in una placenta amica, senza gravità, dove lo spazio-tempo, come su scale infinitesimali, si distendeva e si curvava. E lei diventava quella che voleva essere, collocata nel posto che il mondo, in un raro atto di bontà, aveva scelto per lei. Glielo aveva servito intatto, lucido, disinfettato.
Iniziò con sessanta vasche e arrivò a cento al giorno, nella corsia numero uno, ogni sera dopo la scuola pomeridiana, quella per le eccellenze nelle materie STEM. Per non perdere il conto a ogni spinta ripeteva in testa ritmicamente il numero della vasca in corso.
Enne, enne, enne in un senso, n+1, n+1, n+1 in senso opposto, tenendo sempre la destra anche se a quell’ora era la sola in corsia; dal lato del bordo contava le vasche pari e dal lato del nastro separatore le vasche dispari, 2n da un lato e 2n+1 dall’altro. In quel modo, almeno, far muovere il suo corpo corto e duro come il marmo era più facile, più leggero, e il tempo passava più velocemente. Era come un esercizio di meditazione, come la precisione della prima ballerina in allenamento alla sbarra: alta, magra, libellula. Era come le classi di resto modulo due. Era come una serie numerica convergente, verso la doccia finale.
Era lì infatti, negli spogliatoi a fine allenamento, che la ballerina iniziava il suo spettacolo notturno insieme al girino, che per l’occasione indossava il suo frac nero più prezioso e le faceva da cavaliere. Iniziavano con delle piroette sul suo capo, scendevano con delicati pas de bourrée piqué fino al fondo schiena, procedevano con pas chassé successivi fino alle caviglie per riprendere poi a piroettare all’unisono col mulinello dell’acqua nella bocchetta di scarico districandosi in mezzo a capelli caduti e schiuma e portandosi via l’infinito disciolto nelle acque bianche. Limite per n tendente all’infinito, come in una successione numerica perfetta.
Una sera però la ballerina e il girino tornarono impetuosi su dal pavimento, eseguendo un grand jeté, e partirono gli applausi.
Fu come risvegliata dal suo momento intimo, privato, il migliore di tutte le sue giornate. La sua allenatrice applaudiva e correva negli spogliatoi verso le docce gridandole che era stata ammessa alle selezioni nazionali per i cento metri rana, mentre altre due istruttrici la sollevavano di peso, gambe penzoloni, il corpo proiettato verso l’alto. La fecero ondeggiare in aria, pendolo di pura felicità. Una ballerina libellula. Anfibia, figlia di una metamorfosi solo sua, unica e speciale.
Glielo avevano proprio gridato, che non era adatta per la danza, era sempre stata troppo grossa, troppo possente, troppo bassa. Non aveva il fisico, le avevano urlato addosso. Aveva la Fisica, che si facesse bastare quella.
Elena Marrassini
Foto in alto: elaborazione grafica di Erna Corsi
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