Una creatività all’insegna del recupero, la grande capacità di cogliere le opportunità offerte dagli strumenti contemporanei.
Al museo d’arte Reina Sofia di Madrid dal 21 maggio al 22 settembre 2025 sono rimaste in esposizione le opere di Marisa González. La mostra antologica, a cura di Violeta Janeiro, ripercorre la carriera dell’artista a seguito del Premio Velázquez che le è stato assegnato nel 2023.
La mostra ripropone la varietà di tecniche e di media utilzzati da Marisa González per creare le sue opere d’arte. Sono di grande impatto le installazioni di alcuni suoi lavori come Ensueño. Scene della vita quotidiana (1998) o le Luminarie del progetto La fábrica (2000). L’artista si è occupata anche di fenomeni sociali come nel reportage Ellas, filipinas (2009-2010), nel quale racconta la vita di centinaia di domestiche filippine sfollate a Hong Kong.
Una sezione molto interessante della mostra è quella denominata Femminismi e che comprende opere dal 1971 al 1993. Riportiamo il testo descrittivo presente all’interno della mostra e alcune immagini delle sue opere esposte.

«Dopo una pausa a Madrid per dare alla luce la sua prima figlia, Marisa González tornò negli Stati Uniti nel 1974. A Washington, si iscrisse alla Corcoran School of the Arts and Design. Lì, sotto la guida dell’artista Mary Beth Edelson, González iniziò a lavorare nell’ambito del femminismo. L’immagine di Edelson è, infatti, uno dei volti ritratti in La descarga (1975-1977), una serie fotografica performativa che esamina la violenza contro le donne.
In The Discharge, Marisa González ha lavorato con i suoi colleghi. Basandosi su un servizio giornalistico, ha chiesto loro di esprimere attraverso i gesti la loro reazione alla repressione delle donne imprigionate dal regime di Augusto Pinochet in Cile. González ha poi trasferito la registrazione fotografica di questi gesti su un termofax, producendo immagini in acetato ad alto contrasto.

Lizz Williams and Her Masks, anch’essa di questo periodo, è un’altra opera per la quale González ha collaborato con una collega. L’opera utilizza il suo stesso corpo, come era comune nelle pratiche femministe dell’epoca. La serie fotografica risultante, accuratamente preparata e scattata da González, denuncia una situazione di forte disuguaglianza: in quanto donna di discendenza africana mista, Williams è stata emarginata sia dal movimento per i diritti civili (guidato da uomini che, peraltro, non abbracciavano pienamente la diversità all’interno della comunità afroamericana) sia dallo stesso femminismo bianco.

Successivamente, negli anni Novanta, Marisa González aggiunse alla sua attrezzatura la fotocopiatrice Color Bubble Jet 145, che le consentì di stampare in un formato molto più grande (DIN A1). Allo stesso tempo, rivisitò i materiali raccolti negli anni Settanta, rigenerandoli in due serie emblematiche: Vértigos de identidad (1992-1993), sulle richieste rivolte alle donne nelle diverse fasi della loro vita, e La rape (1972-1993), che mette in luce l’oggettivazione a cui spesso è sottoposto il desiderio maschile.
I continui andirivieni di Marisa González nel processo creativo, sempre all’insegna del recupero e del riciclo, riflettono una straordinaria capacità di reinventare il suo archivio di oggetti e immagini ogni volta che gli strumenti contemporanei offrono nuove opzioni. Ancora oggi, nello studio dell’artista possiamo trovare quasi tutti i materiali – solitamente reperiti – che hanno riempito le sue opere a partire dagli anni Settanta.»
Erna Corsi
Foto in alto: Luminarie del progetto La fábrica (2000), Marisa Gonzalez – foto di Erna Corsi
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