Una quercia in mezzo ai limoni: l’ultimo, possente, libro di Chiara Francini

Chiara Francini - L'altro femminile - donne oltre il consueto
Ovvero del come romanzare cinquant’anni di Storia italiana con meno cliché e molta più analisi della “condizione umana”.

Chiara Francini è uno dei miei vizi. Lo è da quando, nel 2017, dopo anni difficili e una perdita che è stata un taglio, uno squarcio fra la vita prima e la vita dopo, mi accostai di nuovo alla lettura, che avevo dovuto abbandonare o mordere solo a pezzi. Amari. 

Lessi il suo Non parlare con la bocca piena e la mia, di bocche, si riempì di conforto, di caramello salato, di tè caldo ma non troppo. E sì, anche del sapore di caramelle al latte, quelle della mia infanzia. Da lì in poi è diventata il mio vizio mainstream, come la chiamo io, e da lei torno, anche e soprattutto dopo il suo monologo di due anni fa, sul palco di Sanremo, in cui ci raccontava di quell’«esercito di donne coi capelli corti e uomini stempiati con la panza che spingono passeggini con dentro neonati mostruosi e pieni di amore.»

Da lei torno dunque, a intervalli regolari, tuffandomi nella lettura di libri italiani da decine di migliaia di copie vendute, sicura di starci bene dentro. E non è cosa comune, almeno per me. Riguardo a questo suo ultimo poi, non era affatto scontato: è un romanzo storico,  un libro-albero secolare con le radici ben piantate nel ‘900 italiano. Un libro-quercia come lo sono le sue protagoniste, ognuna forte a suo modo: tra i fornelli del “Cantuccio”, luogo di rifugio, dibattito e amicizia, nelle gelsominare, a bordo delle biciclette delle  staffette partigiane,  in mezzo alle autobombe degli anni ‘70 e ‘80.

Anche i protagonisti maschili non sono certo da meno. Sandro della guerra che vuole liberare Firenze e si attiva in prima linea, rinunciando a tutto. Mauro degli anni di piombo che rifiuta gli estremismi di una certa sinistra extraparlamentare e non vuole diventare di piombo anche lui, come suo fratello Carlo,  ma vuole rimanere fedele a se stesso.

È una storia che attraversa cinquant’anni d’Italia. Parte infatti dagli anni ‘30, con l’espediente del vecchio diario scritto da Delia, la protagonista principale, ex partigiana, e arriva agli anni di piombo. Qui una Delia ormai adulta e  segnata dalle torture a Villa Triste, sede della Banda Carità,  è costretta di nuovo a vedere le violenze a senso unico delle Brigate Rosse, un femminismo che fa tanta, troppa fatica a imporsi e i “tradimenti” del Partito Comunista, forieri di rabbia e delusione. Il tutto si svolge in quelli che io chiamo i luoghi anche un po’ miei: Firenze, Campi Bisenzio, il Chianti e i dintorni, ed è narrato con il tipico stile Francini, quell’espressione tonda, morbida, semplice e forbita al tempo stesso, condita di dialetto fiorentino con qualche spruzzo dalla vicina Emilia Romagna:

«Il linguaggio fatto di violenza ammazza più della violenza stessa. Perché quella là lo fa una volta sola, la parola, invece, la ti corrompe dentro, senza una fine.»

Chiara Francini - L'altro femminile - donne oltre il consuetoOgni capitolo contiene gemme di autenticità che luccicano e attirano il lettore verso un modo originale di raccontare due pezzi di storia italiana spesso fin troppo abusati nella nostra narrativa. Non ho trovato l’ennesimo racconto sul ventennio né il solito racconto sugli anni di piombo: ho trovato un racconto “vicino”, visto da dentro le persone. A partire dal dentro di una bambina nata in  una famiglia borghese, figlia di un bancario conservatore combattuto ma non combattente, che vede arrivare la guerra, la distruzione del suo mondo pulito e fatto di profumi, di cibo, di bucato steso, di note dal pianoforte e di ciondoli di collana incorniciate da colletti preziosi:

«Mi pisciai addosso. Sentii caldo in mezzo alle gambe. Non capivo nulla, Vedevo il divano, la luce, il profumo di casa che sparivano dalla vista, un male dentro il naso. Pensai non l’avrei più rivista. Pensai che nulla di peggio poteva succedermi. Non dormii quella notte. Non dormii più.»

È un romanzo che aiuta a capire come il passato possa incidere sul presente, sul ripetersi di schemi molto più consolidati di quello che si pensa, mai spezzati del tutto, forse proprio perché radicati dentro le persone, in quella “condizione umana” tanto difficile da maneggiare:

«[…] tirò fuori un piccolo volume rilegato in tela blu. “Ti servirà”. Lo presi. Era La condizione umana di Malraux. Quello. Quello con le pagine che il babbo mi aveva rubato. Lo guardai, lo toccai con tutta la mano. Come faceva il prete con la Bibbia durante la Messa.»

«Il babbo ripeteva che ‘fortuna’ significava avere la possibilità: di acquisire, di comprendere in toto un fatto, poiché solamente dalla visione quanto più globale e completa poteva nascere la libertà»

«Io ero distrutta, scissa. Mi sentivo un tramonto che nessuna alba avrebbe raccolto.»

Qui dentro si respira la “paura pura” degli uomini, delle donne e dei bambini dentro le guerre. Quella del nazifascismo negli anni ‘40, quella interna di un paese diviso dagli attentati, dalle bombe e dai sequestri di persona negli anni ‘70 e ‘80, quella intima di ciascuno dei protagonisti, costantemente impegnati nel tentativo di dare ordine al caos, di sentirsi utili alla vita.

«Me lo diceva sempre, la mamma: se hai paura, pettinati. La paura non vuole ordine.»

Elena Marrassini

Foto in alto: Chiara Francini

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